Mercati

ETF vs. fondi attivi: cosa dicono davvero i dati SPIVA

Alex Giannola · 10 min di lettura · Giugno 2026

Ogni sei mesi, S&P Dow Jones Indices pubblica il report SPIVA (S&P Indices Versus Active), lo studio più citato al mondo su un tema semplice da formulare e scomodo da accettare: quanti fondi a gestione attiva riescono davvero a battere il loro indice di riferimento, al netto dei costi.

I numeri della SPIVA Europe Year-End 2025

Nell'edizione 2025 della SPIVA Europe Scorecard, su 21 categorie di fondi azionari europei esaminate, la maggioranza dei fondi attivi ha sottoperformato il proprio benchmark in 18 categorie su 21. In più della metà delle categorie, meno di un quarto dei fondi è riuscito a fare meglio del suo indice.

Sul mercato britannico, l'anno è stato ancora più netto: nelle tre categorie di equity UK monitorate, il 90% dei fondi attivi non ha battuto il benchmark nel 2025.

Anche guardando al primo semestre 2025 (SPIVA Europe Mid-Year), il quadro non cambia: il 61% dei fondi azionari e il 59% dei fondi obbligazionari inclusi nel campione hanno sottoperformato la propria categoria di riferimento nei sei mesi terminati a giugno.

Più lungo è l'orizzonte, peggio va

Il dato più interessante non è quello a un anno, che può risentire di condizioni di mercato particolari. È quello a lungo termine. Su orizzonti di 5-10 anni, la percentuale di fondi attivi che riesce a battere il proprio benchmark oscilla tipicamente tra il 10% e il 25% a seconda della categoria. Per i fondi azionari europei puri, spesso meno del 20% batte l'indice su un arco di 10 anni.

Il motivo non è che i gestori siano incompetenti. È più strutturale: battere il mercato in modo persistente, anno dopo anno, per un decennio, è statisticamente raro. Chi ci riesce un anno spesso non ci riesce il successivo. E i dati SPIVA sono corretti per il cosiddetto survivorship bias (i fondi che chiudono o vengono fusi durante il periodo vengono comunque conteggiati), quindi non stanno nemmeno sovrastimando il fenomeno.

Il problema non è scegliere il fondo sbagliato. È che, statisticamente, riconoscere in anticipo quale sarà il fondo giusto per i prossimi dieci anni è quasi impossibile.

Cosa significa in pratica

Un ETF a gestione passiva non promette di battere il mercato. Promette di replicarlo, al costo più basso possibile. Se il mercato azionario globale rende il 7% in un anno, un ETF ben costruito renderà circa il 7% meno un costo di gestione spesso inferiore allo 0,3% annuo.

Un fondo attivo può, in teoria, fare meglio. I dati dicono che la probabilità che lo faccia in modo consistente nel tempo è bassa, e che il costo medio di un fondo attivo (spesso tra l'1% e il 2,5% annuo) va sottratto dal rendimento comunque, che il gestore batta o meno l'indice.

Questo non significa che i fondi attivi non abbiano mai senso. In alcune nicchie di mercato meno efficienti (small cap, mercati emergenti specifici) la dispersione dei risultati è più ampia e la gestione attiva ha più margine. Ma per la componente core di un portafoglio, i dati SPIVA spiegano perché tanti costruttori di portafogli, me compreso, partono da un impianto passivo a basso costo.

Fonti: S&P Dow Jones Indices, SPIVA Europe Year-End 2025 Scorecard; SPIVA Europe Mid-Year 2025 Scorecard; S&P Indexology Blog. Dati aggiornati alla pubblicazione più recente disponibile al momento della scrittura.

Nota. Questo articolo ha scopo educativo e informativo, non costituisce consulenza finanziaria personalizzata né una raccomandazione su singoli strumenti o prodotti. Le performance passate, incluse quelle dei benchmark, non sono indicative di risultati futuri.

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